Giochi legislativi

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Un caso interessante. Quando l’impossibilità di controllare internet fa cambiare le normative. Democraticamente.

Svizzera: liberalizzare il gioco d’azzardo online.

LS

Dottrina Sarkozy, la fede non è di tutti

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Le buone notizie sono più buone quando inaspettate. Peccato che a quanto pare c’è una certa intenzione di imitare quelle pessime.

LS

In Italia non c’è la legge sul diritto d’autore, per ora

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Genova – Chiedo perdono per il il titolo un po’ drastico, ma è l’unico che mi pare renda. Dev’essere l’ora.

Antefatto: non molto tempo fa, il 4 novembre, ho inoltrato richiesta scritta all’ufficio legislativo del ministero dei beni culturali per ricevere una versione aggiornata della legge sul diritto d’autore (la 633/1941). Il cosiddetto “testo consolidato”, per usare un termine un po’ leguleio. Quello che riunisce tutte le modifiche apportate nel corso degli anni: utile per avere un riferimento unico rivestito di una certa stabilità, anziché centomila. Attualmente, infatti, l’unico testo aggiornato e facilmente reperibile è quello su Interlex di Manlio Cammarata, il quale, chiaramente, è tutto fuorché ufficiale.
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Ddl Cassinelli – tempismi 2

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Roma – A quanto pare c’è un certo fermento di proposte di legge sul tema editoria ed Internet. Mentre in commissione cultura si tratta sui finanziamenti pubblici, dopo il ddl Levi, ribattezzato ammazzablog, arriva il ddl Cassinelli. Ne parla oggi Punto Informatico, per chi fosse curioso il testo è reperibile sul sito del deputato. Cassinelli, non senza astuzia, lo annuncia già come il “ddl salva blog”. Per capire il perché facciamo un piccolo passo indietro.
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La costituzione e il metalmeccanico

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 Genova – L’altro giorno rileggevo per puro caso la Costituzione. Era parecchio tempo che non mi succedeva, soprattutto di leggerla interamente e di seguito. E’ un testo semplice, accessibile, orgoglioso, molto moderno. Sembra scritto da un cavaliere vittorioso al termine della battaglia. Sembra il riassunto di un saggio storico. L’immagine in bianco e nero di un’Italia provata ma coraggiosa ed onesta.

Ammetto, a costo di sembrare un po’ un occhialuto, polveroso, e poco moderno cittadino italico, di essermi leggermente emozionato a tratti. Come può capitare con un bel romanzo. Niente lacrime, ovviamente, non esageriamo, ma un trasporto di cuore, di occhi. Chi non l’avesse mai letta lo faccia, forse mi capirà un po’ meglio senza pensare sia quel pericoloso schizofrenico nazionalista che non sono.

La prima parte è d’una limpidezza da stupire. La seconda risente chiaramente della mentalità vassalla che ci portiamo dietro dai tempi dei Comuni. Il linguaggio, in tutte le parti, è comunque attualissimo e stride già anche solo rispetto i decreti luogotenenziali precedenti alla liberazione (ovvero sostanzialmente contemporanei alla Costituzione stessa). I difetti, considerando il periodo di emanazione e il tempo trascorso, sono certo minori dei pregi.

Un articolo mi ha particolarmente colpito, ed è il motivo per cui scrivo queste righe. Ammetto che non lo ricordavo assolutamente, tra i tanti. E, cercandolo sul web, vedo che non sono il solo ad aver avuto memoria corta.

Art. 36.

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. [...]

Poi mi è capitato sotto mano il contratto dei metalmeccanici (quello in cui, tra l’altro, ricade anche la maggior parte degli informatici), e ho capito d’un lampo tante cose sui problemi dell’Italia. Una bella fetta dei contratti di lavoro italiani è incostituzionale.

(vignetta di Vauro da Il Manifesto; colori by Scripta Volant)

Il ddl contro la pornografia è legge dal 2006

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Roma -  Ricordate la notizia del disegno di legge Butti contro la pornografia di cui ho parlato alcuni giorni fa qui su Scripta Volant (e ieri su Punto Informatico, poi ripresa da varie altre testate)? Ebbene, dopo una piccola indagine andando a spulciare l’immenso archivio istituzionale, ho scoperto una cosa molto interessante:

Il disegno di legge era già stato presentato sostanzialmente identico durante il precedente governo Berlusconi (Disegno di Legge 953 del 2001). In pratica, l’unica modifica del testo è stata passare dalle lire agli euro.

Già il solo fatto che una legge sul web vecchia di sette anni venga riproposta uguale è, a mio parere, sintomo di qualcosa di grosso che non funziona nel processo legislativo italiano. E’, alla meglio, un serio sperpero di tempo e risorse, quando non una vera e propria presa in giro del cittadino: significa impiegare decine di ore per studiare nuovamente una legge già valutata dallo stesso governo anni prima. In un settore come quello del web, inoltre, un solo anno rappresenta un’era geologica: sette anni sembrano più la dimostrazione di una vetustà e di un’arretratezza rispetto gli altri paesi europei forse davvero incolmabile, come qualche pessimista già pronostica da tempo.

Ma c’è di più, il testo del DdL 953 era stato apportunamente discusso, cassato e fatto confluire in un altro disegno di legge definitivamente approvato giusto qualche giorno prima delle elezioni del 2006 (Legge 38/2006, già criticata all’epoca) . Fortunatamente, la maggior parte dei testi ambigui del DdL Butti era stata totalmente eliminata durante l’accorpamento (in luogo di altri testi anch’essi contestabili, ma comunque ben più proporzionati alla realtà).

A questo punto, alle domande già poste in precedenza nel merito del testo, se ne aggiungono altre più generali:

  1. Perchè rimettere a calaendario nel 2008, tra l’altro con un governo più forte, una legge che già non era passata nel 2001?
  2. Perchè riproporre quel galeoto divieto alla pubblicazione di materiale pornografico e l’istituzione di garanti per la morale e il buon costume?
  3. E, comunque, perchè un governo deve rivalutare una propria legge identica (in parte già bocciata, in parte già approvata) cestinando risorse pubbliche, come un cane che si morde la coda, quando le necessità legislative più urgenti sarebbero – è ben noto – centinaia d’altre?

C’è chi ha commentato in questi giorni parlando dell’ennesimo tentativo d’imbrigliare la rete. Non so se spingersi così avanti, forse si tratta solo – c’è da sperarlo – della castroneria d’un senatore del maggior partito di governo (e la cosa, comunque, merita una seria discussione per capire perchè la classe dirigente permetta e produca ciò; anche perchè l’Italia è uno dei paesi con più leggi [inutili] al mondo). Il tempo, per forza di cose, sarà galantuomo e dimostrerà. Personalmente non resco a non indignarmi, spero solamente di non essere il solo. Certo è che l’Italia è uno dei pochi paesi occidentali in cui la libertà d’informazione è a livelli così bassi (F.H. 2007), e l’ultima cosa di cui ha bisogno sono garanti istituzionali per la moralità e il buon costume, specie se tirati fuori quatti-quatti da un cassetto con la polvere di 7 anni prima.

Se qualcuno sa rispondere anche solo ad una delle domande di cui sopra, comunque, forse può far qualcosa contro il pessimismo che sta via via contagiando anche il sottoscritto.

Un disegno di legge contro la pornografia

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 Oscuramento di ogni sito internet pornografico o offensivo del buon costume. Pene fino a cinque anni di carcere per chi pubbilca una qualsiasi scena di sesso sul web. Si prospettano tempi duri per il maschio italiano insoddisfatto.

La notizia del disegno di legge, “Norme per la corretta utilizzazione della rete INTERNET a tutela dei minori” (DDL 664) presentato il 22 maggio scorso dal senatore Alessio Butti (PDL) è shock.

Il testo è molto chiaro e, considerando lo schieramento del senatore, le possibilità che si traduca in legge sono evidentemente maggiori, perciò merita attenzione. Premetto che un disegno di legge non sempre diventa legge dello stato e che anche quando questo avviene passano quasi sempre vari mesi (esisterebbero, tra l’altro, forme normative più celeri che non devono passare per entrambi i rami del parlamento).

Ma a prescindere da queste questioni procedurali, la proposta è dura: vietare con pene severissime la pornografia su internet. Solo su internet. E non soltanto in Italia: nel mondo. O meglio: dall’Italia verso tutti i siti al mondo. Una legge italiana, infatti, coinvolge – almeno in teoria – l’intera navigazione dall‘Italia, non solo quella in Italia. Ricordiamo che Internet è il primo caso della storia nel quale si può accedere istantaneamente da una nazione a documenti, immagini ed informazioni presenti in un’altra, con leggi e culture differenti.

Il DDL Butti ricorda per qualche verso il pacchetto sicurezza del Governo Prodi di cui avevo parlato qualche mese addietro su Punto Informatico, ma si spinge parecchio oltre. Come sapete, per scelta, ho sempre preferito tenere il più possibile lontano i giudizi strettamente politici dalle pagine di questo sito, per commentare direttamente i testi di legge e le azioni pratiche (e infatti ho criticato leggi di sinistra, centro sinistra, destra e centro destra). Così farò anche questa volta.

Vediamo le parti interessanti del DDL Butti.

  • Art.1
    1. È vietato istituire siti nella rete INTERNET i cui contenuti siano finalizzati, direttamente o indirettamente: (…)
    c) alla divulgazione o alla pubblicizzazione di materiale pornografico (…)

    2. Chiunque viola i divieti di cui al comma 1 è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da 2.500 euro a 50.000 euro.

Il testo è, per una volta, non difficile da interpretare (anche se la lettura la lettera C) completa può essere ambigua). Divieto di pubblicazioni pornografiche e di promozione della pornografia online (due cose, fra l’altro, ben diverse: come vietare sia il consumo di alcool, sia la pubblicità della Heineken). Ovvero: niente Moana Pozzi, niente Cicciolina. Impossibilità di pubblicare qualsiasi scena palesemente erotica, e impossibilità pure di promuovere quei siti pienamente legali.
Diamo un’occhiata anche all’art. 2.

  • Art. 2
    (…)
    1. Il servizio di polizia delle telecomunicazioni (…), vigila sulla liceità e sulla moralità del contenuto dei siti della rete INTERNET accessibili al pubblico, dandone comunicazione all’autorità giudiziaria.
    2. (…) l’organo (…) svolge (…) le attività occorrenti per il contrasto dei delitti previsti dall’articolo 1 (…).
    3. L’autorità giudiziaria dispone l’oscuramento dei siti della rete INTERNET i cui contenuti sono palesemente illeciti o offensivi del buon costume o tali da attentare all’ordine pubblico.

Ovvero, in soldoni, oscuramento di qualche centinaio di milioni di pagine web e ritorno a quelle leggi sulla morale che gli ordinamenti laici hanno ridimensionato in quasi tutto l’occidente.

Infine, l’art 3 prevede che l’autorità per le garanzie nelle comunicazioni possa autorizzare la diffusione di siti con contenuti “parzialmente” simili a quelli vietati dall’articolo 1. Ovvero: costi di burocrazia e istituzione di una sorta di garante per la morale pubblica sul web.

L’articolo 3 è anche la chiave di volta per l’interpretazione della legge, poiché porta a due possibili conclusioni: o la legge ha – come sembra – lo scopo di vietare la pornografia tutta, indistintamente, o è palesemente errata e perciò pericolosa (infatti, se il divieto fosse diretto solo a quelle pubblicazioni pornografiche effettuate per adescare o sfruttare i minori, nessuna deroga dovrebbe essere prevista).

Questo, in breve, il testo. Veniamo al commento, che sarà ancora più breve. La legge non passerà. Per alcuni motivi:

  1. Il mercato della pornografia genera un giro d’affari superiore a quello della vendita di armi e della telefonia e, come è noto, è uno dei settori più floridi del commercio via web.
  2. La libertà di poter accedere e pubblicare materiale pornografico, maschile o femminile che sia, è di ogni adulto, e, a quanto pare, gli stessi parlamentari avrebbero qualche difficoltà ad abolirla.
  3. Vietare la pornografia solo sulla rete internet escludendo ogni altro mezzo di comunicazione è dimostrazione di quella paura ed ignoranza istituzionale verso il web di cui vado parlando da mesi.

Istituire norme per tutelare i bambini dall’accesso a materiale pornografico credo sia necessario. Ma va fatto in ambito internazionale e senza stimolare quelle paure ataviche oggi tanto di moda nel nostro paese. Si dovrebbe investire nella scuola, prima di tutto, sia per far capire almeno al futuro legislatore cos’è internet, sia per far capire alla gente come usarla, sia per favorire una morale sociale fatta di valori culturali stabili.

L’ultima riforma degna di tal nome, d’altra parte, è più vecchia del più vecchio vecchietto pervertito e pornografo.

(vignetta, montaggio di questa e questa) – (ne parlo anche su Punto Informatico)

Iniziativa per la Legge sul diritto d’autore: dare un senso al degrado

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Link ai documenti in formato pdf:

Dopo alcune settimane passate fra telefono, email, e discussioni fino a notte inoltrata, parte oggi l’iniziativa per il comma 1 bis (articolo 70, legge 633/1941 sul diritto d’autore) . Il comma 1 bis è un piccolo intervento normativo in vigore dai primi di febbraio. Il testo del comma, in sostanza, permette la pubblicazione senza scopo di lucro sulla “rete internet” di “immagini e musiche degradate o a bassa risoluzione“, purché “con scopi didattici ed enciclopedici“. Secondo il testo del nuovo comma, i limiti all’”uso didattico ed enciclopedico” dovranno esser stabiliti per decreto ministeriale.

Questa iniziativa propone proprio il testo per quel decreto. Nasce dall’idea del bravo Guido Scorza, cui mi sono poi aggregato cercando a mia volta di coinvolgere altre persone che per storia personale o per competenze potessero avere interesse a partecipare. Vorrei premettere un ringraziamento sincero a lui per l’ottimo e fondamentale lavoro, agli altri firmatari per l’adesione, e anche a tutti coloro che in questi minuti stanno criticando o manifestando la loro volontà di partecipare.

L’iniziativa è indipendente ed è presentata con una lettera aperta inviata ai Ministeri e alle istituzioni competenti. Ne parlo qui per descriverla anche tutti coloro che hanno chiesto chiarimenti.

Come ho già scritto personalmente ad alcuni, reputo quella che proponiamo sostanzialmente la migliore “soluzione di emergenza”: per dare chiarezza al comma 1 bis altrimenti troppo vago, e dare concretezza ai possibili benefici. Un modo per fare qualcosa di pratico evitando di appendersi alle sole, e facili, critiche fini a sé stesse. Lasciare al giudice il potere di definire i limiti del testo è, infatti, troppo pericoloso: non darebbe alcuna certezza per i casi successivi, e comunque già ci sono vari casi di giurisprudenza che giocano chiramente a svavore. Inoltre una norma vaga può essere usata come intimazione e ricatto verso chi non vuole o non ha i soldi per imbarcarsi in processi lunghi e dal dubbio esito.

Ciò non toglie che sarebbe stato meglio lavorare su una revisione più profonda e condivisa della legge sul diritto d’autore, più che su un singolo comma: ma sfortunatamente questo non era possibile in questo frangente.

Scendendo nel merito delle questioni. Capisco e condivido alcune perplessità, ma alla fine sono giunto alla conclusione che siano i limiti che il comma 1 bis porta con sé a far “andare stretta” ogni possibile soluzione (per esempio: è incondivisibile che si riferisca alla sola “rete internet”, così come che non tenga conto delle opere della letteratura). Tuttavia credo che lasciare tutto come allo stato attuale sia un errore più grande: tempo fa è arrivato a Guido un appello di una professoressa di liceo con un piccolo sito di didattica, vi assicuro che le sue parole sono state molto più convincenti di ogni riflessione dottrineggiante che si stava facendo ;). La soluzione che abbiamo individuato, coi commenti dei vari partecipanti, perciò, sono convinto sia la migliore e anche l’unica possibile allo stato delle cose, anche se le critiche e i commenti sono benvenuti.

Sono state scelte scale di valutazione relativamente univoche e stabili. Si poteva stabilirle ancora più univoche, è vero, per esempio definendo anche le dimensioni, ma sarebbero state impossibili da utilizzare per un normale cittadino. Le norme devono essere chiare e interpretabili da tutti: non solo dai tecnici o dagli “smanettoni”. Allo stesso tempo utilizzare termini vaghi come “degrado” o “bassa risoluzione” apre la strada a processi su processi dei quali è impossibile vedere la fine, rendendo sostanzialmente nulli i possibili benefici del comma.

Il livello di qualità è stato scelto, invece, per bilanciare le varie opinioni ma soprattutto per non “costituire concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera”, punto insormontabile già previsto dall’art. 70 della legge sul diritto d’autore. La soluzione così com’è proposta, inoltre, non è troppo dissimile dal fair use statunitense (ovvero la possibilità di utilizzare opere coperte da diritto purché in forma grezza). Non solo, l’articolo 4 della proposta di decreto prevede la possibilità di riprodurre le opere anche in qualità pari all’originale, dopo averne fatto richiesta.

Alcuni mi dicono che sarebbe stato meglio prevedere altri tipi di degrado piuttosto che il bitrate (ad es. il rumore bianco, la riduzione dello spettro audio, ecc.), credo sia sbagliato per più motivi, tra i quali fondalmentalmente la succitata difficoltà di applicazione per il cittadino, oltre ad altri di carattere più soggettivo.

Altri commentano che sarebbe meglio lasciare tutto com’è. Ma a mio parere così facendo il comma 1 bis diventerebbe sostanzialmente nullo ed, anzi, pericoloso poiché vago. La giurisprudenza tende abbastanzia chiaramente a dare allo scopo di lucro un significato ampio, che annullerebbe quasi ogni possibilità di riproduzione. Avendo invece per le mani parametri più o meno stabili, si può lavorare con più tranquillità senza il ricatto pendente di una possibile denuncia e con benefici più che evidenti (più avanti caricherò alcuni esempi di cosa sarebbe possibile pubblicare grazie al decreto che promuoviamo).

Questi sono in breve i motivi e le convinizioni che mi hanno spinto a impegnarmi in questa iniziativa. Chiunque voglia partecipare con commenti, critiche o per diffondere e promuovere la proposta è più che benvenuto! Grazie, a presto.