Governo: un forum online contro la pirateria

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Via Valentino Spataro (a cui devo ancora un paio di risposte e col quale perciò faccio ammenda) mi arriva segnalazione della pubblicazione sul sito del governo dell’atteso forum antipirateria: il simpatico luogo online dove discutere e fare proposte indirizzate al noto Comitato antipirateria attivato nei giorni scorsi.

Il forum è raggiungibile all’indirizzo:

www.antipirateria.governo.it

La piattaforma è opensource, e meritano una divertita letta le libertarie regole per la pubblicazione (cit: “Il moderatore si riserva di eliminare direttamente tutti quei messaggi [...] non pertinenti e di cancellare, senza alcun preavviso, gli utenti che non rispettano le regole”). Arrivano già le prime proposte dai videonoleggiatori italiani. Aspettiamo quelle dell’Associazione Italiana Produttori di Mangiacassette.

Ci torniamo…

LS

In Italia non c’è la legge sul diritto d’autore, per ora

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Genova – Chiedo perdono per il il titolo un po’ drastico, ma è l’unico che mi pare renda. Dev’essere l’ora.

Antefatto: non molto tempo fa, il 4 novembre, ho inoltrato richiesta scritta all’ufficio legislativo del ministero dei beni culturali per ricevere una versione aggiornata della legge sul diritto d’autore (la 633/1941). Il cosiddetto “testo consolidato”, per usare un termine un po’ leguleio. Quello che riunisce tutte le modifiche apportate nel corso degli anni: utile per avere un riferimento unico rivestito di una certa stabilità, anziché centomila. Attualmente, infatti, l’unico testo aggiornato e facilmente reperibile è quello su Interlex di Manlio Cammarata, il quale, chiaramente, è tutto fuorché ufficiale.
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Ritirato il ddl Levi

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 Roma – Ritirato il DDL Levi, almeno nella parte che concerne i blog. Lo annuncia alcuni minuti fa un comunicato stampa a firma Ricardo Franco Levi sul sito del Partito Democratico.

La norma proposta aveva fatto recentemente attivare anche l’associazione Articolo 21, Radio Radicale, un gruppetto di onorevoli, e più di ventimila persone su facebook.
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Governo: arriva il Comitato istituzionale antipirateria

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 Roma – Il Governo italiano sta istituendo in questi giorni un “Comitato tecnico contro la pirateria digitale e multimediale” (tramite decreto, il DPCM 15 settembre 2008).

Il suo scopo è il redigere leggi e regolamenti per contrastare il fenomeno. I suoi componenti sono o membri del governo o soggetti da esso stesso nominati.
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Iniziativa per la Legge sul diritto d’autore: dare un senso al degrado

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Link ai documenti in formato pdf:

Dopo alcune settimane passate fra telefono, email, e discussioni fino a notte inoltrata, parte oggi l’iniziativa per il comma 1 bis (articolo 70, legge 633/1941 sul diritto d’autore) . Il comma 1 bis è un piccolo intervento normativo in vigore dai primi di febbraio. Il testo del comma, in sostanza, permette la pubblicazione senza scopo di lucro sulla “rete internet” di “immagini e musiche degradate o a bassa risoluzione“, purché “con scopi didattici ed enciclopedici“. Secondo il testo del nuovo comma, i limiti all’”uso didattico ed enciclopedico” dovranno esser stabiliti per decreto ministeriale.

Questa iniziativa propone proprio il testo per quel decreto. Nasce dall’idea del bravo Guido Scorza, cui mi sono poi aggregato cercando a mia volta di coinvolgere altre persone che per storia personale o per competenze potessero avere interesse a partecipare. Vorrei premettere un ringraziamento sincero a lui per l’ottimo e fondamentale lavoro, agli altri firmatari per l’adesione, e anche a tutti coloro che in questi minuti stanno criticando o manifestando la loro volontà di partecipare.

L’iniziativa è indipendente ed è presentata con una lettera aperta inviata ai Ministeri e alle istituzioni competenti. Ne parlo qui per descriverla anche tutti coloro che hanno chiesto chiarimenti.

Come ho già scritto personalmente ad alcuni, reputo quella che proponiamo sostanzialmente la migliore “soluzione di emergenza”: per dare chiarezza al comma 1 bis altrimenti troppo vago, e dare concretezza ai possibili benefici. Un modo per fare qualcosa di pratico evitando di appendersi alle sole, e facili, critiche fini a sé stesse. Lasciare al giudice il potere di definire i limiti del testo è, infatti, troppo pericoloso: non darebbe alcuna certezza per i casi successivi, e comunque già ci sono vari casi di giurisprudenza che giocano chiramente a svavore. Inoltre una norma vaga può essere usata come intimazione e ricatto verso chi non vuole o non ha i soldi per imbarcarsi in processi lunghi e dal dubbio esito.

Ciò non toglie che sarebbe stato meglio lavorare su una revisione più profonda e condivisa della legge sul diritto d’autore, più che su un singolo comma: ma sfortunatamente questo non era possibile in questo frangente.

Scendendo nel merito delle questioni. Capisco e condivido alcune perplessità, ma alla fine sono giunto alla conclusione che siano i limiti che il comma 1 bis porta con sé a far “andare stretta” ogni possibile soluzione (per esempio: è incondivisibile che si riferisca alla sola “rete internet”, così come che non tenga conto delle opere della letteratura). Tuttavia credo che lasciare tutto come allo stato attuale sia un errore più grande: tempo fa è arrivato a Guido un appello di una professoressa di liceo con un piccolo sito di didattica, vi assicuro che le sue parole sono state molto più convincenti di ogni riflessione dottrineggiante che si stava facendo ;). La soluzione che abbiamo individuato, coi commenti dei vari partecipanti, perciò, sono convinto sia la migliore e anche l’unica possibile allo stato delle cose, anche se le critiche e i commenti sono benvenuti.

Sono state scelte scale di valutazione relativamente univoche e stabili. Si poteva stabilirle ancora più univoche, è vero, per esempio definendo anche le dimensioni, ma sarebbero state impossibili da utilizzare per un normale cittadino. Le norme devono essere chiare e interpretabili da tutti: non solo dai tecnici o dagli “smanettoni”. Allo stesso tempo utilizzare termini vaghi come “degrado” o “bassa risoluzione” apre la strada a processi su processi dei quali è impossibile vedere la fine, rendendo sostanzialmente nulli i possibili benefici del comma.

Il livello di qualità è stato scelto, invece, per bilanciare le varie opinioni ma soprattutto per non “costituire concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera”, punto insormontabile già previsto dall’art. 70 della legge sul diritto d’autore. La soluzione così com’è proposta, inoltre, non è troppo dissimile dal fair use statunitense (ovvero la possibilità di utilizzare opere coperte da diritto purché in forma grezza). Non solo, l’articolo 4 della proposta di decreto prevede la possibilità di riprodurre le opere anche in qualità pari all’originale, dopo averne fatto richiesta.

Alcuni mi dicono che sarebbe stato meglio prevedere altri tipi di degrado piuttosto che il bitrate (ad es. il rumore bianco, la riduzione dello spettro audio, ecc.), credo sia sbagliato per più motivi, tra i quali fondalmentalmente la succitata difficoltà di applicazione per il cittadino, oltre ad altri di carattere più soggettivo.

Altri commentano che sarebbe meglio lasciare tutto com’è. Ma a mio parere così facendo il comma 1 bis diventerebbe sostanzialmente nullo ed, anzi, pericoloso poiché vago. La giurisprudenza tende abbastanzia chiaramente a dare allo scopo di lucro un significato ampio, che annullerebbe quasi ogni possibilità di riproduzione. Avendo invece per le mani parametri più o meno stabili, si può lavorare con più tranquillità senza il ricatto pendente di una possibile denuncia e con benefici più che evidenti (più avanti caricherò alcuni esempi di cosa sarebbe possibile pubblicare grazie al decreto che promuoviamo).

Questi sono in breve i motivi e le convinizioni che mi hanno spinto a impegnarmi in questa iniziativa. Chiunque voglia partecipare con commenti, critiche o per diffondere e promuovere la proposta è più che benvenuto! Grazie, a presto.

Libertà di panorama: c’è ma non c’è

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Genova – Libertà di panorama. E’ un caso di cui avevo parlato nel luglio scorso sul quotidiano Punto Informatico dopo una piccola indagine/inchiesta e la discussione con un paio di giuristi conoscenti. Detta libertà, in sostanza, se ci fosse, permetterebbe a tutti di fotografare e riprodurre liberamente opere architettoniche e monumenti moderni, senza timore di essere inseguiti da un qualche funzionario SIAE con la falce e la tunica nera. Ebbene in Italia non c’era e non c’è tuttora, direi.

Niente Pirellone, niente chiesa di Padre Pio, niente stazione centrale di Milano. Niente. Le opere architettoniche moderne non possono essere fotografate a meno di non pagare i diritti ai proprietari (il divieto vale per quelle progettate da un autore in vita o morto da meno di 70 anni, ovvero pressappoco per ogni cosa edificata negli ultimi 100 anni).

Ricordo che la cosa mi sembrava così assurda che mentre scrivevo il testo dell’inchiesta continuavo ad usare il condizionale in ogni frase (“parrebbe che”, “sembrerebbe”), convinto che il giorno dopo la pubblicazione tutti mi avrebbero dato del pazzo, dell’ignorante, del caprone. Invece, sfortunatamente, non è stato così. Avevo ragione. Incredibilmente. E il bravo Paolo De Andreis (direttore di Punto Informatico e uno dei più acuti osservatori della Rete), che più di me aveva capito l’importanza della cosa, le ha dato spazio come prima notizia del giorno.

Da quel giorno è scoppiato una sorta di caso mediatico: articoli, blog, conferenze, interventi, interrogazioni parlamentari a tema, e così via. Qualche tempo dopo, inoltre, il deputato Franco Grillini ha posto al vicepremier Rutelli un’interrogazione specifica, chiedendo perché l’Italia fosse uno dei pochi paesi moderni a non contemplare la libertà di panorama, allegando la suddetta inchiesta pubblicata tal quale anche dal quotidiano AprileOnline.

Dopo quattro mesi di attesa (stranamente pochi, considerando la media), ora è arrivata la risposta. Probabile che ci siano state pressioni politiche affinché la risposta arrivasse in fretta in questo momento pre-elettorale, ma questa è una personalissima impressione e mi fermo qua, perché non voglio accendere inutili polemiche.

Secondo il sottosegretario di Stato Daniele Mazzonis la libertà di panorama c’è… e non c’è! La sua è una risposta vaga, discutibile, tipica della pubblica amministrazione italiana. Farò alcune considerazioni per punti:

  1. Perché le risposte alle interrogazioni contengono sempre meno l’indirizzo politico, e al suo posto una banale descrizione, perdipiù dubbia, di come stanno i fatti? Sappiamo benissimo come stanno i fatti: vogliamo sapere quali sono le direzioni politiche del Governo, non lo stato delle cose. Per interpretare le leggi ci sono i giuristi. A che serve il politico, altrimenti?
  2. Si legge nella risposta: “la libertà di panorama ossia il diritto spettante a chiunque di fotografare soggetti visibili, in particolare monumenti ed opere dell’architettura contemporanea, è riconosciuta in Italia per il noto principio secondo il quale il comportamento che non è vietato da una norma deve considerarsi lecito“. Eppure la Legge sul diritto d’autore vieta espressamente la riproduzione di opere dell’architettura anche in forma fotografica di autori in vita o morti da meno di settant’anni.
  3. Infatti, poco dopo, Mazzonis si premura di citare solo monumenti dell’arte classica (Colosseo, Ara Pacis) e dice: “Per quanto attiene alla tematica del pagamento dei diritti agli autori delle opere contemporanee [...]“. Ecco, appunto: dov’è la libertà di panorama? “Pagamento dei diritti d’autore per le opere contemporanee” non mi sembra esattamente libertà di panorama. Ma forse ognuno ha il suo concetto di libertà, qua nella penisola.

La questione, poi, va poi a mischiarsi, come spesso, con quella del “Codice Urbani”, di cui ho parlato sempre su Punto Informatico un paio di mesi addietro. Infatti, secondo una medioevale leggicola approvata dal precedente governo Berlusconi, i beni culturali di qualisiasi epoca in gestione ad un ente pubblico (e in alcuni casi anche privato) non possono essere riprodotti senza pagare un “canone”. Su questa questione l’interrogazione glissa, ma dice: “per quanto attiene alla tematica del pagamento dei diritti agli autori delle opere contemporanee, si evidenzia che l’art. 2 della legge 9 gennaio 2008 [...] ha [... agito] ampliando il regime delle esenzioni.

Ora, le questioni sono due: o la libertà di panorama non c’è e allora ha senso citare questo nuovo intervento legislativo, oppure c’è, e allora questo riferimento alla nuova legge è meramente promozionale per il governo in carica. Che bisogno c’era di “ampliare il regime delle esenzioni” se la libertà di panorama per le opere contemporanee è già contemplata?
Sarei felice di leggere opinioni altrui su tutta questa vicenda, perché il confronto aiuta a cambiare idea e ho sempre avuto poca fiducia in chi non la cambia mai, ma in questo caso la questione mi sembra assai chiara.

Sulla nuova legge citata, ho già espresso ripetutamente, anche su testate giornalistiche, i miei pesanti dubbi: scritta male, applicabile peggio. E ho anche iniziato col bravo Guido Scorza un progetto per un suo miglioramento al quale daremo visibilità nei prossimi giorni. L’intento era buono e innovativo, lo credo in onestà, forse un primo passo verso una fondamentale riforma del diritto d’autore in senso sovranazionale, ma è stato fatto male, molto male.

In sostanza dopo la risposta all’interrogazione cosa sappiamo: niente.

Pippo: La libertà di panorama c’è.
Pippo: Ah no, non c’è. C’è in parte. Ma anche non c’è.
Topolino: E il codice Urbani?
Pippo: No, no, quello c’è! C’èissimo.
Topolino: Ok, posso riprodurre liberamente?
Pippo: Sì, cioè, no. C’è la nuova legge con le esenzioni!
Topolino: Ma che c’entra? E poi si riferisce solo ad internet e non si capisce bene i limiti né cosa vol dire!
Pippo: Appunto.
Topolino: Quindi sono libero?
Pippo: Sì. Cioè, no. Anche.

Anti-pirateria: arriva il primo album online specifico per cellulari

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Per contrastare il diffondersi della pirateria online, il noto rapper Timbaland produrrà il suo prossimo album specificamente per i sistemi di connettività mobile.

Secondo il Times, Timbaland pubblicherà online una nuova traccia ogni mese, rendendole appetibili grazie alle partecipazioni di altri noti musicisti (i cosiddetti featuring che tanto impazzano di questi tempi).
Dopo l’uscita del brano, Verizon e Vcast renderanno disponibile anche il download della suoneria per poi, a fine anno, pubblicare infine l’album completo composto da tutti i pezzi rilasciati con cadenza mensile.

Proprio l’altro giorno parlavo degli interessanti accordi in corso fra Google e major discografiche per la pubblicazione gratuita di mp3 in cambio di pubblicità (quello che, probabilmente, sarà il vero futuro della discografia).

Per Timbaland si tratta sostanzialmente dell’inizio della fine della discografia come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi. Non c’è dubbio sul fatto che sia un’astuta operazione commerciale, ma è anche un interessante esperimento da tener d’occhio con attenzione, tra i tanti già in corso nel variegato e mutante mondo della discografia online.

Accordo fra Google e discografia per la diffusione gratuita di musica

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Dopo il flop del sistema Qtrax, che avrebbe dovuto permettere un libero accesso a 30 milioni di brani musicali e invece sembra naufragato, il Wall Street Journal annuncia una decina di minuti fa un progetto molto simile per il mercato cinese, capitanato da uno dei colossi del web: Google.

Secondo il quotidiano newjorkese, sarebbe già stato stipulato un preciso accordo fra il colosso di Mountain View, la Universal ed altre piccole etichette discografiche, mentre sarebbero in via di definizione gli accordi con EMI e Sony. La partenza del progetto, salvo intoppi, è prevista per le prossime settimane.

Centrale, secondo Chao e Smith del WSJ, la collaborazione con il noto sito top100.cn, già attualmente impegnato nella vendita a costi ridotti di licenze audio. Grazie all’accordo con Google, questi costi verrebbero interamente ammortizzati da sistemi di advertising, abbinati a loro volta a servizi supplementari (come ad esempio la possibilità di cercare informazioni sull’autore del brano scaricato): permettendo così il download gratuito all’utente.

Un progetto pilota, molto probabilmente. E in un mercato in cui la tutela della proprietà intellettuale è ben diversa da quella nostrana: un mercato nel quale testare senza eccessivi rischi un progetto da far poi approdare in un secondo momento anche nell’ovest del mondo.

Se la notizia dovesse essere confermata (e la Chao, di norma, è affidabile), si tratterebbe di un’incisiva ed innovativa mossa per controbattere sia all’agguerrito rivale Baidu (il principale concorrente di Google in Cina), sia al recente attacco di Microsoft verso l’incontrastato monopolio Google nel settore Web (monopolio che descrivevo proprio pochi giorni fa).

Qualche tempo fa in un articolo per Punto Informatico, parlavo dei mercati dell’Est. Come è noto, quello online cinese è ormai testa a testa con quello USA, e come volume d’affari è certamente tra i più interessanti. Vedere come reagirà la longa mano della repubblica popolare alle sempre più prepotenti iniezioni di modernità, è un’interessante incognita, che non nasconde qualche rischio.

Staremo a vedere gli sviluppi.

EDIT: Ho provato a contattare Andy Wong della sede Universal di Hong Kong ma, a quanto pare, in questo periodo si festeggia l’anno nuovo cinese e son tutti in vacanza fino al 10/14 febbraio (alla faccia delle OPA di Microsoft).

EDIT 2: Intanto la notizia è ripresa dalla Reuters ed altre testate, ma si aspettano le fondamentali reazioni delle major e di Google.

EDIT 3: L’emittente USA Bloomberg annuncia conferme anche da parte di Universal, che parla di “discussione in corso” ma non si sbilancia ulteriormente.

EDIT 4: Ho contattato il vice presidente (attuale portavoce) della Universal, se ne parla domani brevemente su Punto Informatico. Intanto ne parla anche la CNN. Ciao.

EDIT 5 (e poi basta, eh): Se n’è parlato ieri sera su PI, qui l’articolo, in sostanza l’accordo con Universal è smentito (intanto oggi ne parlano decine di testate internazionali riportando la notizia errata).