Mario Adinolfi

Intervista a: Mario Adinolfi
Professione: giornalista, membro costituente Partito Democratico.
Contenuti: innovazione, politica, partito democratico, nuove tecnologie

Che bilancio fai il “day after”, a caldo?
È buono il risultato delle nostre liste: 1,3% nei 52 collegi in cui eravamo presenti. E ora Walter Veltroni è il primo segretario del Partito democratico, il più importante partito italiano, l’unico leader votato a suffragio universale e diretto. Può legittimamente ora porsi a modello per la politica del ventunesimo secolo: che sarà democrazia diretta o non sarà.

Una delle prime impressioni è che alla fine gli italiani abbiano ancora molta fiducia nei media tradizionali, è così?
È assolutamente così, ma qualcosa si sta muovendo. Nell’arco dei cinque prossimi anni la modalità di formazione dell’opinione politica si modificherà radicalmente.
Tutto ciò a favore del web e dei blog, che finiranno per condizionare in maniera pesante anche i media tradizionali.

Una sfida, quella del PD, che – almeno stando ai numeri – parrebbe vinta. Ti saresti immaginato un’affluenza simile? È davvero – come dicono alcuni – una smentita alle critiche di Beppe Grillo, o, più probabilmente, l’altra faccia della stessa medaglia?
Dire, come hanno fatto alcuni, che Grillo è l’antipolitica e il 14 ottobre è stata la risposta all’antipolitica, è una colossale idiozia. Il mio problema è che la stragrande maggioranza del popolo del V-day noi non l’abbiamo portato a votare alle primarie.
Il lavoro mio e di Generazione U, da domani, sarà quello di costruire un ponte e di spiegare a tutti che la politica ha diverse declinazioni di tono, ma poi bisogna farsi carico della responsabilità di provare a cambiare davvero le cose. Con la pazienza dei processi democratici.

Sui dati, si sa, si discute sempre (se pensiamo che è ancora in piedi la commissione per la verifica delle elezioni del 2006). Ti risulta corretta la percentuale che ti è stata attribuita? Dacci anche qualche cifra più precisa sui tuoi risultati locali.
Eravamo presenti in 52 collegi su 475, dove abbiamo ottenuto con le liste di Generazione U oltre quattromila voti su trecentomila voti validi espressi in quei collegi, con una percentuale pari all’1,3% nazionale, con picchi straordinari di consenso come l’11% nel collegio di Bari, il 2% nei due collegi di Biella, il 5.5% nella sezione dove si è votato di più a Roma (quartiere Pietralata, 1500 voti validi, dove abbiamo battuto Bindi e Letta), il 5% a Montesilvano, il 2,1% ad Ancona, il 2% ad Afragola.
Ovviamente il dato nazionale calcolato sui 475 collegi ci dà allo 0.13%, ma in 423 non c’eravamo, ritengo che si debba spiegare questo. Aver preso una media dell’1.3% dove abbiamo costituito liste di ventenni solo con internet e i blog è un buon risultato e un ottimo primo passo.

Hai qualcosa che ti rammarica in questo lungo cammino? Vero è che il ruolo di sindaco di Roma ha dato già in partenza a Veltroni maggiore visibilità, ma se da un lato quasi tutti i media tradizionali hanno dato poco spazio agli outsider, dall’altro lo stesso Veltroni ha più volte declinato i confronti diretti. Una buona strategia? Un circolo che si è alimentato da solo attorno all'”uomo forte”?
Io non ho nessun rammarico, abbiamo combattuto la buona battaglia, servendoci della rete e dei blog meglio di chiunque altro e facendoli sconfinare nei media tradizionali, come quando ho filmato con il telefonino e poi riversato su YouTube alcuni minuti dell’incontro a porte chiuse di noi candidati con il presidente Prodi.
Rimango convinto del fatto che Veltroni avrebbe fatto bene ad accettare il confronto televisivo.

Ma veniamo forse alla domanda più complessa. Molti di coloro che ti hanno sostenuto in questa prova virtuale di “e-democracy”, si domandano: “E adesso?”. Quale sarà il tuo – il vostro – contributo alla politica italiana?
Sarò membro dell’assemblea costituente del Pd e dal 27 ottobre difenderò la grande conquista che in tre milioni abbiamo ottenuto: la democrazia diretta diventa protagonista del modo con cui si scelgono le classi dirigenti. È una novità di metodo di portata storica.
Ora mi auguro che facciamo dei passi in avanti proprio sul terreno della e-democracy collegata ai meccanismi di democrazia diretta. Voglio un Partito democratico che rispetti l’insegna della ditta, che si spinga a immaginare forme di decisione sui temi più importanti passando, ad esempio, attraverso referendum interni in cui si possa votare anche online.

Il mio appello ora va ai blogger: credo che la nostra esperienza stavolta abbia insegnato che si può fare davvero. Si può utilizzare questo strumento – che non è un mero strumento di comunicazione – come strumento di lotta politica. Il blog è un mezzo che contiene un messaggio. Ed è un messaggio politico di orizzontalità e di uguaglianza, di rifiuto del dominio oligarchico delle posizioni di potere precostituite. Noi porteremo questo patrimonio dentro il Partito democratico. Per cambiare davvero questo cavolo di paese.

Giornalista svizzero, scrive prevalentemente di innovazione, diritto e società.
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