Canto di capodanno

Genova – La notte di capodanno è una notte particolare. Come tutte le feste la si carica di significati che non ha, e a volte finisce per averne altri che non ci si aspetterebbe. Ho vissuto tante notti sveglio. Il mio lavoro spesso me lo permette e lo faccio volentieri. Penso un po’ per tutte le ragioni descritte da Jovanotti in “la gente della notte“. Più qualche altra. Quasi tutte sono simili fra loro, indipendentemente dalla città: silenzio, calma, fascino, un po’ di malinconia. Tranquillità. Eppure quella di capodanno è diversa. Inizia come tutte le altre, ma poi muore lentamente. Sembra non volersene andare. Sembra soffrire. E lascia ai suoi bordi qualche storia da raccontare. Qualche vita scolpita ma a cui nessuno darebbe valore. Come i cocci taglienti delle bottiglie sparsi per le strade, portati via nel silenzio solo quando la prima alba è già inoltrata.

Il passare degli anni fa sembrare tutto più ovattato, tutto più morbido. E come un cane che non si spaventa più per il rumore del tuono, tornano i natali, i compleanni, e gli stessi volti sulla via di casa. Eppure il primo giorno d’ogni anno per molti mantiene una speranza. Un sigillo. Una convinzione. O soltanto l’ennesimo rintocco di un pendolo tanto lento quanto inarrestabile.

Su queste pagine non parlo quasi mai in prima persona, ma questa notte – questa mattina, ormai – vorrei fare una piccola eccezione. E’ una dedica, in fondo.

Tornavo da un capodanno come tanti. Cena in famiglia, qualche passo nei locali in compagnia. Al rientro un lungo giro in auto. Da solo. Dal centro fin sulle alture. Per scoprire in anticipo sugli altri la prima Genova dell’anno. E’ un privilegio che spesso ci si perde, distratti dall’affanno di essere felici. E’ una Genova bella quella d’inizio anno. Giovane e sicura di sé. Coperta di brina ghiacciata, cocci, e polvere d’una festa che sembra già lontana anni.

Su, fino al monte Righi, da cui tutta la città si mostra in un presepe bagnato dal mare nero e immobile. Salendo da Sampierdarena al cimitero della Castagna, dove la strada si stringe fino a perdere la riga bianca di mezzeria e i sensi di marcia si fondono. Da un lato il monte quasi verticale, di rovi disordinati, boscaglia e pietre. Dall’altro il muro di cinta del cimitero, alto, severo e gonfio di decenni e ricordi. La strada umida illuminata dai lampioni sempre più diradati. Un giallo ocra, fioco e bruno. E l’eco quasi indistinguibile di qualche ultimo botto.

Un lieve dosso e poi un’auto ferma. Con una mano fuori dal finestrino a far cenni di fermarsi. Dentro, una donna. Gli occhi sgranati, in lacrime, a cercare i miei nell’auto ormai accostata. Fermi in mezzo al nulla. Il respiro affannato. Frenetico. E il corpo tremante, a fissare un’auto grigia che sfuggiva sullo sfondo.

Faceva cenno di aspettare. Tamburellando ansiosamente l’aria. Quasi che non potesse fiatare prima che il buio avesse inghiottito l’auto grigia. A far silenzio, quasi che qualcuno da là potesse ancora sentirla. Una donna di circa quarant’anni, poco meno di cinquanta, avrei saputo di lì a poco – attorno a quell’età molte donne dimostrano dieci anni in più o in meno. Forse per gioco, per scherzo, forse per ripicca verso ciò che la natura le ha già fatto o le farà a breve.

Una donna con capelli castani come gli occhi, disegnati e resi più intensi dalle lacrime. Con una bellezza sfidata dagli anni ma non vinta. E una tenerezza intagliata dalla paura. Dalla paura delle minacce del marito. Nell’auto grigia. Del padre di suo figlio di sette anni. Nell’auto grigia. Del crine di bue – la frusta – che quell’uomo quasi sessant’enne portava con sé. Nell’auto grigia.

E poi mezzora a parlare di lei. Dal finestrino di una Renault Clio verde. Ad ascoltare gli insulti dell’uomo al cellulare. A far retromarcia per far passare le poche auto che giungevano, per poi riposizionarsi nello stesso punto. Un’auto accanto all’altra, al centro del nulla, in direzioni opposte. E mentre raccontava di suo figlio, di sua madre e suo padre morti tanti anni fa, di quel marito che le portò fiori freschi – orchidee – al funerale della madre dopo averla insultata, del suo tradirla con una donna filippina più anziana di quindici anni, i suoi occhi si calmavano. Dolci. Spaventati. E mentre raccontava che lui è un cantante, mentre mi mostrava la foto del figlio allungando il braccio nel vuoto tra le portiere, mentre si imbarazzava per l’età della sua Clio, mentre rideva e si calmava per le mie stupide battute, la solitudine le riempiva gli occhi. “Anch’io canto, sai?”, diceva con quel tono un po’ orgoglioso, un po’ timido e un po’ ingenuo che colora i progetti dei vent’anni, ma che lo sbiadire della sua giacca blu e i segni dell’età smentivano segretamente in silenzio.

E così, mentre quella donna parlava, io scherzavo, e la città si addormentava nel profondo della prima notte dell’anno, tutto ciò mi pareva infinitamente ingiusto. Per quell’etica inspiegabile che trasmettono le fiabe dell’infanzia e che non ha nulla a che vedere con la realtà. Tutto ciò mi pareva infinitamente ingiusto. Quel passato tradito, quell’auto grigia, e quel futuro già troppo vicino per essere progettato. Quelle due e duemila vite incastonate al centro della strada nella prima notte dell’anno. Che di li a poco si sarebbero sparpagliate per mai più rivedersi, incalzate e strappate via dall’ultima auto di passaggio. Quelle vite che, come i vetri di bottiglia ormai quasi tutti portati via, il tempo intaglia e leviga, e rende preziose soltanto agli occhi di un bambino.

Perdonatemi se uso queste pagine per qualcosa che non ha nulla a che vedere coi soliti temi, per il tono da pre apocalisse, e mi perdonino soprattutto coloro a cui ancora devo rispondere a messaggi ed email con ritardi che toccano oscenamente quasi il mese (mea culpa, mea maxima culpa). Volevo soltanto salutare quella donna, e quel bambino.

Buon anno a tutti.

Luca Spinelli

Giornalista svizzero, scrive prevalentemente di innovazione, diritto e società.
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2 Commenti

  1. Ilaria

    Ciao Spinelli. la tua sembra una fiaba e colpisce e emoziona tantissimo. in tutte le feste c’è un lato scuro che la gente non sa vedere e tu l’hai descritto con una grazia e una poesia difficili da trovare. tanti auguri di buon anno anche a te e grazie.

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  2. marco73

    ciao.è piaciuto molto anche a me,sopratutto lo stile di scrittura.invece che scrivere nei tuoi articoli sempre di attualità, politica e altre cose seriose del genere potresti passare a un settore un po’ piu’ rilassante tipo la letteratura, visto che te la cavi!!ciao.

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